Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello del mondo intero. Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti …
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Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato addetta alla cattura dei migranti (l’Ice).
Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.
Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.
La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.
Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.
Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. E’ una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.
L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì.
E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì perché a mediare il rapporto …
E’ inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione, al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero (quello ricco è sempre bene accetto). Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non …
Il vecchio continente… deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina. Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che così conclude: “Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndr) potranno dire che l’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina’” (e tutto o quasi …
Il dibattito in corso (da anni) sull’educazione sessuale (e sentimentale) nelle scuole ha implicazioni che vanno al di là del mondo della scuola: investe le radici della cultura di cui si nutre la società. Sesso, passioni e sentimenti sono strutture portanti del mondo in cui viviamo; espellerle dall’educazione scolastica, come si fa ora, ma anche confinarle in un recinto affidato …
C’è un elefante nella stanza della COP30 in corso a Belém, un tema escluso dall’ordine del giorno, ma capace di pregiudicarne gli eventuali risultati (comunque scarsi, ma non più che nelle 29 COP che l’hanno preceduta). Quell’elefante è la guerra. Tutti sanno che guerra e lotta per il clima sono incompatibili, ma nessuno osa parlarne. Il tema non è all’ordine del giorno. Nessuno lo …
Nei molti articoli di “geopolitica” sul futuro di Israele, della Palestina, dell’Ucraina, della Russia, dell’Europa, dell’Occidente, che ho avuto occasione di leggere manca un dato di fondo: come sarà il mondo dal punto di vista fisico, climatico, sociale, di qui a 10-20 anni? Avremo tempo e risorse per continuare a fare guerre, fabbricare armi sempre più micidiali, promuovere conflitti, oppure …
Mai si era vista, in Italia e forse nel mondo, una mobilitazione così ampia, diffusa e intensa come quella a cui assistiamo e partecipiamo in questi giorni per Gaza, per la Palestina, contro il genocidio, per la pace. È come se la rabbia e il disgusto per tutto quello che incombe, a lungo covata e compressa, sia improvvisamente e positivamente …
L’European Green Deal e gli Accordi di Parigi sul contenimento del riscaldamento climatico sono morti, uccisi dalla guerra e sepolti dalla spesa in armamenti e dalla conseguente militarizzazione della convivenza, mentre la crisi climatica e ambientale accelera la sua corsa. D’ora in poi la priorità spetterà alle misure di adattamento alle condizioni sempre più critiche che investiranno i territori e …
“Due Stati” o “ Un uno Stato unico” restano slogan senza futuro. Un’occasione per imboccare una strada nuova.
Oggi, 22 settembre, all’Assemblea Generale dell‘ONU, alcuni Stati importanti, tra cui Francia, Canada e Regno Unito (ma non l’Italia) hanno riconosciuto ufficialmente la Palestina, aggiungendosi ai 147 che lo hanno già fatto, e aderendo così alla soluzione dei due Stati. Ma è una …
Come sarà il mondo di domani? Gran parte di esso, oltre la metà, sarà come è adesso Gaza e come era stata, ormai quasi un secolo fa e oltre, gran parte della comunità ebraica europea. Si sta avverando la tremenda profezia di Primo Levi: è successo, può succedere ancora.
Intere popolazioni, giudicate superflue o dannose, si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, …